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Buon compleanno hip-hop/1

11 agosto 2010

So bene che la maggior parte della redazione ascolta solo post-punk; o indie; o Capossela (anzi, “Vinicio”); o musica balcanica, oppure ancora gruppi sconosciuti categorizzate sotto generi con nomi che non capisco, però ci proviamo lo stesso.

Non sono molti i generi musicali di cui si possano rintracciare esattamente la data e il luogo di nascita: convenzionalmente, l’hip-hop è uno di questi.

11 agosto 1973, New York City, 1520 Sedgwick Avenue, così narrano le cronache di chi c’era e che negli anni successivi da quella stanza fece tanta strada.

Prima, un po’ di storia: siamo nel Bronx, quartiere abitato in gran parte da afroamer… eh? No, scherzavo, volevo dire neri. Neri perché non si capirebbe niente dell’hip hop delle origini senza collegarlo al movimento di consapevolezza nera degli anni ’60 e ’70 (mica finì tutto con MLK, eh!), al degrado delle periferie cui la polizia rispondeva con la militarizzazione e gli arresti, soprattutto il disagio di un’intera generazione di giovani cresciuti in strada, tra le droghe, la microcriminalità e la rabbia della mancanza di prospettive di ascesa sociale.

Quali erano le forme di aggregazione dei ragazzi adolescenti o poco più? Intanto, il tagging, scrivere il proprio nome sui muri per marcare un territorio; per arrivare a quello che chiamiamo più propriamente il writing (con bombolette e tutto quanto), si passa da quella che fu semplicemente una gara a chi aveva il nome più fantasioso, scritto col pennarello più fico e poi più eleaborato. Le bande di strada, perché quello era il luogo in cui bene o male si cresceva veramente, si socializzava e si ‘facava gruppo’ -un argine di rispetto e persino solidarietà. Poi, guarda caso, la musica blues e il funky, da ballarsi nelle feste organizzate in casa di questo o quell’amico. Lì nascono modi di fare come quello del mettere una base su un disco e continuare a  metterla in loop; quello di qualcuno che ‘tenga su’ la festa e dal microfono richiami la gente; soprattutto, un tipo di ballo basato su pochi passi e molto energico che sarebbe stato poi conosciuto come break – dance.

Torniamo a noi; l’11 agosto 1973, in una di queste feste, il diciottenne Clive Campbell, noto sotto lo pseudonimo di DJ Kool Herc, fa la sua prima ‘apparizione pubblica’ dopo aver creato tra i ragazzi del quartiere un clima di suspence per aver scritto il suo nome per mesi sui muri del Bronx. DJ Kool Herc sarà il dj della serata, e gli viene l’idea di utilizzare due dischi con l’intro di alcune canzoni funky, come “Meltin Pot” dei Booker T, e soprattutto “Give it up or turn a loose” di James Brown, che è questa qui -in un’esibizione del vivo a Bologna, già che ci siamo.

Il pezzo solo di beat in loop che gira su due dischi, lo stile rap, improvvisati MC lui e qualche amico; ma gli amici erano gente del calibro di Afrika Bambaataa. Citiamo dalla wikipedia italiana:

Ispirato da DJ Kool Herc and Kool DJ Dee, iniziò anch’egli ad ospitare delle feste hip-hop. Promise a se stesso di utilizzare l’hip-hop per strappare i ragazzi dalle gangs e formò la Universal Zulu Nation. Bambaataa è accreditato per avere esteso e valorizzato il significato di hip-hop. “Hip-Hop” era un termine comunemente utilizzato dagli MCs come parte di uno stile ritmato di ispirazione scat e Bambaataa se ne appropriò per descrivere una cultura emergente, che includeva quattro elementi: la musica dei DJs, il liricismo e la poesia degli MCs, il ballo dei cosiddetti b-boys e b-girls, e la “graffiti art”.

Separatamente, erano tutte cose che già si facevano, nel Bronx e negli altri quartieri di NYC. Quella sera, però, nacque compiutamente l’embrione della consapevolezza che una nuova ‘cultura’ stava nascendo, che aveva le sue radici nella strada, un po’ nella protesta e nella rabbia e un po’ nella festa e nella spensieratezza. Il miglior hip -hop in fondo questo è rimasto; un genere musicale che non ha bisogno di portarsi dietro strumenti, finché gli basteranno i pugni in tasca di qualche ragazzo o ragazza che sappia battere il ritmo bum/cha e abbia delle cose da dire in rima.

…Seguirà post sull’hip hop bolognese, abbiate fede…

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