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Kebabträume in der Türmestadt

31 agosto 2010

Ove si parla di carne speziata, questione curda, ordinanze xenofobe, turchi in Germania e post-punk.

Qualche tempo fa, in una kebabberia di via delle Moline, chi scrive ha assistito alla seguente scena:

entra un avventore, si guarda intorno, chiede al gestore di Saleem (? così mi parve di capire), visto che questi gli ha dato un appuntamento.

-No, non c’è.

-Però lui aveva detto che venivo alle 2, che lui c’era.

-Io non so niente, non mi ha detto niente, puoi tornare dopo.

-Ma Saleem non c’è? Quando viene lui?

-Non lo so, non ci siamo visti, forse lo sa l’altro ragazzo. Vuoi che lo chiamo?

-Sì, perché lui mi aveva detto alle 2.

A questo punto l’avventore s’illumina e chiede:

-Turco?

-No, curdo.

-Saleem parla turco. Parli turco?

-(seccato) No.

-Ma come non parli turco, Saleem parla turco. (si esprime in una lingua incomprensibile al redattore)

-No, ho detto te prima che sono curdo. Saleem è turco, parla turco.

-Ma non c’è Saleem? Lui parla turco, ha detto ci vediamo alle 2, io non so quando arriva.

-(visibilmente stizzito) Io non so niente. Tornare dopo, chiedi dopo.

-Va bene (capisce l’antifona e se ne va).

Dissapori etnici davanti al Doner Kebab, il quale in effetti, nella versione che conosciamo col super-girarrosto, è un piatto turco.

La parola Kebab (o Kebap, in turco) però in arabo significa semplicemente “carne arrostita” e ne esistono perciò svariate versioni  dall’India e al Pakistan al bacino del Mediterraneo fino alla Grecia, che è anche l’arco che percorrono con i mezzi più svariati i migranti che arrivano sulle coste dell’Adriatico per cercare fortuna (ed è noto quanto spesso questi viaggi, soprattutto per kurdi ed iracheni, si fermino nei porti della Grecia che ha una legislazione a dir poco restrittiva sul diritto di asilo), e non è detto che Venezia o Ancona siano terra ospitale. Qualcuno scriveva che la parola fortuna in curdo non esiste.

Il cibo, invece, non conosce frontiere, le attraversa tutte e le ibrida in continuazione. Certo, la diffusione in Europa del kebab è dovuta all’immigrazione turca e dai paesi arabi: la sua presa, soprattutto tra gli squattrinati universitari, è soprattutto dovuta ai prezzi modici rapportati all’apporto calorico. Per questo motivo, nel Belpaese le solite giunte forzaleghiste del cazzo hanno in più di un luogo sollevato dei problemi (sanciti dall’immancabile ordinanza) all’aumento dei kebabbari: vedi il caso di Lucca, la proposta a Firenze, il centro di Roma, l’esempio della ‘capitale morale’ Milano, in Liguria ad Albenga, quei posti in Lombardia dai nomi ridicoli e oscuri che dovrebbero essere cancellati dalla faccia della terra, nonché Bergamo. Chi volesse rendersi conto dell’entità numerica di provvedimenti simili nella sola Lombardia, vada pure QUI. Così, tanto per dare un’idea. Bella merda.

Si diceva però dei cibi che migrano e si ibridano insieme con chi li prepara. Il fatto è che il Kebap ha viaggiato insieme all’immigrazione turca in Germania, lì ha messo radici (anche industriali) e da lì è rimbalzato nelle città di mezza Europa. Citiamo da questo post in memoria dell’inventore del super girarrosto che ha reso possibile la vita di chi frequenta il 36:

Nel 1971, un turco immigrato in Germania dà una mano nel ristorante di suo zio, a Berlino. Gli viene allora l’illuminazione che cambierà le abitudini alimentari dei festaroli: mettere delle fettine di carne di montone nella pita, il pane rotondo tradizionale del Mediterraneo orientale. Vi si aggiungono pomodori, cipolle e la famosa salsa bianca, l’altra invenzione di un Mehmet Aygun decisamente ispirato.

“Doner kebab” significa per l’appunto, kebab rotante. Ma veniamo ora alla musica. Il titolo del post è infatti una citazione da “Kebabträume” dei Deutsche-Amerikanische Freundschaft, ovvero i DAF, gruppo di culto della New wave tedesca anni ’80, dediti all’elettronica, al post-punk e alla dissacrazione di qualunque riferimento ad un immaginario politico (è loro il pezzo ‘Der Mussolini‘). Negli anni del montare della protesta dell’Ovest contro l’immigrazione turca ‘senza freni’ che metteva a repentaglio ‘l’identità tedesca’ (non sentite un brivido?), i Daf sfornano un pezzo elettronico che ribalta il segno delle contestazioni e in cui si canta “Wir sind die Türken von Morgen” (=noi siamo i turchi di domani). In effetti oggi Berlino è uno dei posti dove il kebab è ormai tipico (consigli sul kebab berlinese qui, chi capisse il tedesco troverà qui un dibattito interessante), e la famosa serie tradotta come Kebab for breakfast in originale si chiama in effetti “Türkisch für Anfänger” (=turco per principianti).

Il testo per intero recita:

Kebab Träume in der Mauer-Stadt (sogni di Kebab nella città del muro)
Türkkültür hinter Stacheldraht (cultura turca sotto il filo spinato)
Neue Izmir ist in der DDR (la nuova Smirne è nella RDT)
Atatürk der neue Herr (Atatürk il nuovo capo/signore)

Milliyet für die Sowjetunion (“Nazionalità”-un giornale turco- per l’Unione Sovietica)
In jeder Imbißstube ein Spion (in ogni tavola calda una spia)
Im ZK Agent aus Türkei (nel Comitato centrale un agente dalla Turchia)
Deutschland, Deutschland, alles ist vorbei! (Germania, Germania, tutto è spacciato)

Wir sind die Türken von Morgen (noi siamo i turchi di domani)
Wir sind die Türken von Morgen

Ed eccovi qua una bella esibizione live:

E siccome conosco un po’ i gusti della redazione, informo che l’hanno fatta in versione punkettona anche i CCCP, quando ancora si chiamavano Mithropank

  • La consueta segnalazione bibliofila: su curdi e dintorni obbligatorio il bellissimo fumetto di Marina Girardi (questo il suo blog), “Kurden People”, Bologna, Comma 22, 2009. Sui deliri di xenofoba onnipotenza legaiola, Giuseppe Civati, “Regione straniera“, Milano, Melampo, 2009 (anche in questo caso l’ottimo blog). Per un esempio positivo, Enzo Laforgia – Giovanna Ferloni, “Salamelle & kebab : incontri di culture in una provincia lombarda”, Varese : Arterigere, 2008.
  • Più il film di Fatih Akin del 2004, “Kebab connection“.

Ne approfittiamo per lanciare… IL SECONDO CONCORSO IDIOTECARO! ovvero:

qual è il kebabbaro più buono di Bologna?

Partecipate numerosi con i commenti (e condividete su FB)!

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11 commenti

  1. […] Il primo capitolo, “ove si parla di carne speziata, questione curda, ordinanze xenofobe, turchi in Germania e post-punk” e che rimane stabilmente tra gli articoli più letti di questo blog, si trova qui. […]


  2. Al primo posto (e non c’è gara) colloco il caro amico Luay, gestore insostituibile della caffetteria Al Salam di via Centotrecento. Il suo kebab è di prim’ordine ma la storia, le vicende, i baci avvinghiati, le ciucche, le mangiate, le feste, le cagate, le chiacchierate, le litigate, le dormite, le studiate, i dibattiti, le giocate, gli appuntamenti galanti che lì hanno lasciato il loro indelebile segno, rendono il posto (ed il grande Luay) degni del primo posto.


    • Ma dài! Non sapevo che il palestinese facesse anche il kebab! Loro sono tutti davvero bravi e simpatici (i due figli, maschio e femmina, sono spettacolari), finora mi sono soprattutto dedicato al felafel e ad altre cose verdurose (e al buonissimo tè). Mi sa che d’ora in poi frequenterò l’ottimo localino anche per altri motivi…


  3. Le parole pronunciate dalla Maccioni sono sottoscrivibili ma non posso esimermi dall’esprimere un gentile pensiero per “Fame chimica” che tante e tante volte ha realmente salvato giovani più o meno imberbi dai morsi di una fame antelucana; inoltre la clientela fissa di tale esercizio è così raffinata ed aplombica da rappresentare una vera e propria accademia notturna del bon ton – elemento mai a sufficienza dispensato nella nostra diseducata società post-capitalista. Detto ciò, mai mi sognerei di inserire “Fame chimica” neppure nelle retroguardie di una classifica sui kebap, essendo il panozzo suddetto un vero e proprio sarchiapone omicida. In quanto a pesantezza se la vede solo col cicciolo frollo e la salsiccia matta digerita col clinto.


  4. Mmm, guardate che vistate tutti dimenticando del ‘Babilonia’ in via del Pratello… e quando ci si mettono li fanno buoni un bel po’! Per me vincono!

    E poi, mi sa che abbia cambiato gestione, ma quello in via san Felice di fianco al Picard (non Jean-Luc) erano buoni ed enormi! Me ne sovviene infne uno alla Bolognina da qualche parte dietro via Niccolò dall’Arca che trovai per caso e fu spettacolare, ma non sono nemmeno sicuro che saprei ritrovarlo. Bravi tutti, comunque.


  5. NON SO QUALE è IL KEBBABBARO PIù BUONO
    MA DI SICURO SO CHE DAL “FAME CHIMICA” DI VIALE ALDINI TROPPE PERSONE NEGLI HANNI HANNO RIPORTATO UNA PIùOMMMENO LIEVE FORMA DI DISSENTERIA POST-KEBAB

    (tra l’altro come abbiam potuto ignorare, in carnespeziata, il tema kebab?)


  6. Ahahah, sei sempre stato il mio idolo Dawit
    (sguardo lascivo+sfregamento simultaneo e costante di pollice, indice e medio)


  7. La verità è in mano agli stolti, per cui io – da buon padre di famiglia e da giullare come sono – posso assicurare che il doner kebap migliore di Bologna risiede in Via delle Belle Arti. Non ricordo il nome però il capo è un persiano e loro lo fanno col montone. Ottimo, un vero e proprio “guizzo semantico” nel centro felsineo, una fiocinata di virilità montonina…


  8. Il Taj Mahal di Via Delle Moline!!!!!!
    Video e musica di Bollywood in sottofondo, un bel bicchiere di Lasi per accompagnare il tutto e soprattutto…prendono i buoni delle Poste!!!!


  9. Nessun dubbio: McKing di via Petroni. Pane cotto davanti ai tuoi occhi, baffetto frizzante del kebabbaro contento e moglie in costume tradizionale e sorriso esotico, poi cipolla, salse… Una volta, con la mente intorpidita dall’ingordigia, mi è capitato di mangirane tre uno dopo l’altro. Poi, gonfio di birra (indispensabile per la digestione) ho sboccato tutto in piazza Scaravilli.


  10. King Kebab di via Massarenti

    Grazie Meaz, ti stimo! Dawit



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