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“Il ponte”, di Vitaliano Trevisan

7 settembre 2010

Tutto quel parlare di libertà e di diritti, quell’incessante cicaleccio che dura ancora oggi a proposito del Sessantotto e della libertà che avrebbe portato, e che continuerebbe a irradiare, che a guardar bene, si è tradotta in libertà di comprare e consumare, libertà e diritto entrambi apparenti s’intende, perché in realtà non c’è libertà né diritto, ma bensì il dovere di comprare e di consumare, e si compra e si consuma tutto, beni materiali e beni immateriali, valori reali e valori assolutamente irreali, mentre la cosa straordinaria non è tanto che si venda qualcosa che non c’è, né che si compri questo qualcosa che non c’è; ciò che davvero mi stupisce è che questo qualcosa che non c’è, pur non essendoci, si consuma e crea un vuoto; e siccome esiste solo in quanto pensiero, ovvero nella testa, esso si consuma nella testa e determina un vuoto nella testa, che, per inciso, è sempre e comunque una testa di mercato, visto che non c’è più nemmeno la possibilità di un pensiero alternativo, e dunque non c’è più pensiero. Se un albero si giudica dai frutti, e non dalle intenzioni, l’albero del Sessantotto lo si potrebbe benissimo usare come legna da ardere.

V.T. da Il ponte, Torino, Einaudi, 2007 (costando 13 euri)

Appena incontro Vitaliano Trevisan gli spacco il muso: un buon destro con rotazione di tallone-bacino-torso-spalle che si sgancia tipo fionda e gli arriva come una transiberiana giusto sull’arco sopraccigliare, o magari – perché no – in pieno naso. Il motivo (ammettendo che debba esserci motivo per una sana sabongia) è assai semplice: non si può condensare tanta verità – tanta dolorosa verità – in sole centocinquantatré pagine. È un gesto irresponsabile, folle, compiuto in totale spregio della pubblica incolumità (se non fossimo in Italia).

Il ponte – opera che segue il magistrale esordio de I quindicimila passi (che col senno di poi si può definire “embrionale”) è – come ricorda nel sottotitolo l’autore – la narrazione, la fissazione, l’elaborazione di un crollo che investe ogni elemento, ogni costruzione del protagonista Thomas. L’incipit è la morte e la chiusa è un’altra morte, anche se più sfumata, liberatoria (in realtà la polisemia ascendente-discendente con la quale Trevisan conclude l’opera è, oltre alla prova di un estro evidente, il segno tangibile di un discreta furbizia tecnica). Racchiusa fra i due “decessi”, si svolge una storia chiaramente banale, monotona (le ripetizioni sono il grande trucco ad effetto di Trevisan, che le utilizza per costernare il lettore, indurlo alla frenesia divoratrice, colpirlo con una sofferente noia che erode gradualmente ogni mattone del ponte), una storia dicevamo, che è analizzata in tutte le sue possibilità, quelle patologiche ed ossessive, quelle concrete. C’è crudeltà nella scientifica serietà con cui l’autore dilania la stabilità cerebrale di Thomas, fino a concedergli la possibilità di trovare l’equilibrio solo nell’annullamento completo del brusio circostante, composto da madri anaffettive e padri irretiti, percezioni di responsabilità tremende, disagi, afasie, ricerche di bandoli introvabili.

Così scorre un libro che farete fatica a definire romanzo, narrativa classica. Il ponte ricorda per certi versi il romanzo civile e per altri il pamphlet, vedrete al suo interno alcuni snodi classici del romanzo di formazione ma sarete spiazzati dall’ambiguità dell’intreccio, fatto di approdi assai nebbiosi, alla Kafka. E poi le contraddizioni, che sono una sfaccettatura delle ripetizioni: Trevisan dà voce alla realtà, che è multiforme e quindi contraddittoria, la verità non è mai una sola, cambiano le condizioni e già vedo il panorama tinto di un altro colore.

Infine la scrittura, personale, vera: lunghe subordinate in controtendenza con la “scuola” in decadenza della narrativa italiana, punteggiatura a tratti sovrabbondante, che rende la lettura sincopata, ansiosa. In una parola Trevisan riesce – più o meno volutamente – a congiungere al massimo significato e significante, senso ed oggetto linguistico, messaggio e strumento di lavoro.

Per la ciclicità che esprime la storia, Il ponte potrebbe essere paragonato – con tutto il dovuto rispetto – a Proust. Anche nel libro di Trevisan infatti è impossibile scappare dalle pagine precedenti, anche qui tutto si ripete ma mai in maniera identica, anche qui la memoria – quella vera – è la comunicazione, il dialogo con il nostro passato e non – quella falsa – che cristallizza gli avvenimenti fino a farli apparire distorti per il vizio artificiale della macchina fotografica.

Un buon pezzo di letteratura italiana, che può piacere o non piacere, ma al quale va tributato un plauso se non altro per la novità fresca di una scrittura complessa e colta, che fissa una “piccola storia ignobile” come ignobile può essere solo la vita realmente vissuta. Un libro da salvare nella marea indistinta del mercato editoriale italiano, che arranca quasi solo producendo “casi letterari” capaci di vincere premi e sparire come meteore, oppure di librucci da boom commerciale a suon di sponsorizzazioni televisive. Con Trevisan si nota un’autenticità di fondo della scrittura, della storia dell’autore, al quale affido la conclusione di queste righe: Siamo gettati nel mondo per ragioni che non ci riguardano e dobbiamo arrangiarci, la verità è questa.

(Mirko Roglia)

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3 commenti

  1. Grazie Roglia per questo sbircio di “piccola storia ignobile”.
    Leggete “Shorts” sempre di VT. Sono dei brevi racconti che si chiamano come certi pezzi jazz, almeno mi pare che certi pezz enel jazz si chiamino così (dawit correggimi, ti prego).
    E vedete “Primo amore” mi pare si chiami. Regia Matteo Garrone con Trevisan tra i protagonisti (tra l’altro è ambiatato a Vicenza, e questo in realtà è il primo motivo, ma non volevo dirlo subito)


  2. tra poco anch’io farò parte della categoria di scrittori che dici! aspettando ovviamenet Dami e la MZ


  3. Oooh, stavolta ti sei impegnato, andava bene quasi tutto (tranne un paio di cose per l’uniformità tra i post).
    Nel merito, Trevisan non lo conosco, ma parrebbe che ti sia nata una predilezione per gli “scrittori veneti che sono arrivati a pubblicare dopo aver fatto vari lavori manuali”. Sarà una categoria a sé?
    La citazione iniziale mi puzza assai di vacuo anticonformismo latamente destrorso, soprattutto la chiusa (bruciare il Sessantotto anche sì, ma non per quei motivi). Però è vero che a leggere altro di suo si capisce che c’è dietro un discorso che verte su altro. Per esempio, qui http://archiviostorico.corriere.it/2009/aprile/01/Contro_gli_scrittori_con_eskimo_co_9_090401056.shtml
    nonostante il titolo imbecille del Corriere, dice cose sensate.



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