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Banksy, un artista dai muri ai musei (passando per i Simpsons)

15 ottobre 2010

Parlando con un’amica, càpito a dirle: “Hai visto l’intro dei Simpson fatta da Banksy?” Lei: “Sì, ho capito quale, ma non so chi sia, lui”.

Ecco, in considerazione del fatto che là fuori possano esserci altre persone nella stessa miserevole condizione, compiliamo un post informativo.

Banksy (qui la voce wiki) è il nome d’arte di uno dei più noti artisti di strada (ma non solo) in Europa e nel mondo: di lui si conosce pochissimo, dato che ha sempre lavorato nel più totale anonimato, fattore, questo, che ha alimentato la sua notorietà nonché il suo alone di mistero (un po’ come per Blu).

Parrebbe essere nato nel 1973 (o ’74, o ’75), a Bristol, cittadina che lo ha comunque visto crescere e mettere in campo le sue prime esperienze artistiche con i collettivi graffitari della città britannica (tra cui si annoverano autentiche leggende) segnalandosi per le sue creazioni surreali.

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Si diverte a spiazzare, a mettere sotto gli occhi di tutti graffiti che hanno come tema la guerra, l’alienazione, lo sfruttamento.

La tecnica utilizzata è soprattutto quella dello stencil, utilizzata per creare effetti di trompe l’oeil, oppure di messa in discussione di un certo tipo di arte istituzionalizzata. In passato è riuscito anche ad appendere, senza venire notato, alcune sue opere in alcuni musei europei e a praticare altre simili forme di guerrilla art.

In un libro-catalogo di una mostra del 2002, Bansky dice

Alcune persone diventano dei poliziotti perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore. Alcune diventano vandali perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore da vedere.

Diciamocelo: magari con gli   anni è diventato un po’ più     paraculo, ma le sue opere       continuano molto spesso a     dimostrare inventiva e             spirito d’immaginazione.

Man mano che la sua fama       cresceva, alcune sue opere     sono diventate una sorta di   patrimonio culturale delle     città sui cui muri sono realizzate, altre sono arrivate a quotazioni di tutto rispetto, ma Banksy non ha dimenticato l’aspetto ‘sociale’ che ha sempre rivendicato: per dire, è stato tra gli artisti che ha situazionisticamente dipinto il muro Israele-Palestina con cose di questo tenore, per dire.

Come dire, mica bruscolini. In altre parole, possiamo dire che Banksy si/ci pone nelle sue opere il problema del superamento dello ‘stato di cose presenti’ (do you remember?), che esso riguardi la guerra, la condizione dell’arte, i maltrattamenti sugli animali o lo strapotere  dell’establishment; prima di tutto c’è il bisogno di pulire il proprio sguardo, farlo uscire dagli spazi urbani squallidi in cui è costretto.

L’immaginario pop non è nemico di questo processo, viene anzi saccheggiato a piene mani da Banksy, il quale a tal proposito la pensa così:

Noi non possiamo fare niente per cambiare il mondo finché il capitalismo non crollerà. Nel frattempo, dovremmo tutti andare a fare shopping per consolarci.

Tra l’altro, quest’anno è uscito -dopo essere stato presentato al Sundance festival- il film mockumentary girato da Bansky, Exit through the gift shop, a sua volta narrante storie di graffiti e graffitari. Eccone il trailer:

Non sappiamo se verrà mai distribuito in Italia, però non vogliamo con questo incitarvi a scaricarlo gratuitamente dal web, lungi da noi.

Insomma, Banksy è diventato un fenomeno (ha un’agenzia tutta sua che gestisce la vendita delle sue opere), ha avuto mostre personali importanti come quella dell’anno scorso a Bristol, tant’è che si parla di ‘Banksy effect’ per definire una rinata attenzione della critica per l’arte di strada. Piaccia o non piaccia, qui c’è un’ultima infornata di roba, con la gallery.

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Speriamo che adesso abbiate qualche strumento in più per capire cosa c’è dietro alla sigla dei Simpson con cui abbiamo aperto il post.

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One comment

  1. […] poi avevamo la tag “stencil”, scusa, pareva brutto abbandonarla lì dopo il post su Banksy che tra l’altro finì pure in vetrina su Paperblog. Sono soddisfazioni, […]



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