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Oh, these are the things that kill me

16 dicembre 2010

Dopo 18 secondi, comincia un ronzio ad alta frequenza. Per i successivi sei o sette minuti, non si ferma. Mentre prosegue tra l’intro campionata -un brano di Cicely Courtneidge che fa Take me back to dear Old Blighty– e l’entrata in scena del gruppo stesso, il feedback di chitarra che continua modulato in modo sottile è insieme sia un espediente formale per tenere insieme le diverse variazioni della canzone, che un affermazione d’intenti: qua c’è roba seria, qua si arriva al cuore del problema -e allora aprite le orecchie!

Un gran bell’articolo, in inglese, di Jon Savage sul Guardian che spiega come The Queen is Dead degli Smiths possa essere un inno per i nostri tempi -lui pensa ai riot studenteschi per le strade londinesi, quelli del no future.

Tra l’altro da quando David Cameron ha dichiarato di essere un fan degli Smiths, sono seguiti prima questo e poi addirittura un dibattito con citazioni incrociate alla Camera dei Comuni (articolo qui), da cui però Cameron esce più che bene.

Chissà che non si possa applicare anche da noi, vista la canea che è seguita agli scontri di martedì 14. Stiamo ancora aspettando un inno che sia meglio di “SE CI BLOCCANO IL FUTURO NOI BLOCCHIAMO LA CITTà” o altri cori da stadio. Ah, già, la canzone.

Gran, gran bella canzone. Una delle migliori loro, forse non la migliore. O sì?

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5 commenti

  1. […] Siete in cerca di un inno di battaglia, qualcosa che esprima la rivolta generazionale? E lo sapete che per ora ancora manca, ne abbiamo scritto qui. […]


  2. […] Ci sono più cose in cielo e in terra, che in qualsiasi altro posto. « Oh, these are the things that kill me Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato 17 dicembre […]


  3. Dovreste autocelebrarvi di più, rispetto a tanti altri che lo fanno a sproposito allora! Mettete dei gladioli nei vostri taschini!


  4. Uno dei miei gruppi preferiti.
    Se si andasse a sviscerare i testi di Morrissey, come alcuni hanno fatto, ci troveremmo di fronte ad un immaginario fatto di Free Cinema inglese ’50 e ’60, proletari frustrati, letteratura per niente salvifica o consolatoria e uno spiccato senso satirico-deformante.
    Sito interessante:http://www.worldofmorrissey.com/


    • Bel sito, non lo conoscevo. Comunque siamo stati i primi a scrivere dell’articolo di Savage, tra ieri e oggi è comparso su Wittgenstein, sul Post, su Freddy Nietsche e da altre parti ancora. E io che sono un pirla non c’ho pensato e ho taggato a cazzo.



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