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Se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato

17 dicembre 2010

Ancora sui fatti di Roma, dopo molte strumentalizzazioni, sospetti di infiltrati che probabilmente non c’erano, lettere di Saviano, risposte incazzate, controrisposte, dibattiti teorici sull’uso della violenza che potrebbero essere stati fatti trent’anni fa e presa di distanza da quella stagione.

Dunque: la lettera savianea dai toni a tratti inutilmente sprezzanti la trovate qui; sostanzialmente dice che c’erano i pochi violenti e tutti gli altri e che chi violento non è non dovrebbe giustificare l’incendio di una camionetta: questo è quel che vogliono loro, occhio alla strategia della tensione, etc. La prendiamo a pretesto come metonimia di tutte le critiche, non in quanto tale.

Al di là del tono, ha la grandissima debolezza del non aver capito quel che è successo: non, per esempio, la devastazione della sede della Protezione Civile (video qui dal min. 2:36) da parte degli aquilani e dei terzignesi legittimamente incazzati come faine.

Per delle risposte a R.S. molto incazzose si può andare qui: tra l’altro, si scrive

In realtà è proprio Saviano a dimostrarsi del tutto ignorante sulla strategia della tensione ed a rivelare pubblicamente il suo ruolo di pompiere e di depotenziatore del conflitto sociale, un ruolo per il quale è stato costruito e intorno al quale hanno costruito una sofisticata operazione culturale ed editoriale.

La critica principale è quindi: “quel che è successo a Roma si chiama conflitto sociale, non ha mediazioni ed è tanto più utile quanto più si approfondisce“. Risposte “di movimento” -scritte con l’inevitabile gergo di movimento che fa cagare- anche qui (“Quello di Roma è stato un gran giorno perchè abbiamo fatto paura, e non solo ai celerini schierati in piazza” Tutti insieme famo paura, si cantava: chiediamocelo -facciamo paura davvero?). Anche tale Paolo di Bologna (a cui si accoda il Bartleby, che evidentemente non aveva voglia di creare saperi sociali) risponde a Saviano qui su Global Project. Molte cose un po’ scemotte, ma una bella frase:

Pensaci un attimo, sono due mesi che la gente scende in piazza e questo movimento non ha ancora un nome, come nei romanzi di Saramago. Siamo sempre “quelli che hanno fatto questo” oppure ci dicono che siamo di un luogo “quelli dell’Aquila, di Terzigno”. E’ una forza, non credi? Vuol dire che siamo indefinibili: siamo quello che facciamo.

In ogni caso il merito è quello di uscire dall’alternativa violenza/nonviolenza: si è usata la violenza come un mezzo, dopo averlo ritenuto proporzionato, non è che la scelta è tra un corteo, un presidio o “la violenza”.

In compenso, Saviano peggiora la sua situazione, forse la risposta migliore è quella del sociologo Alessandro Dal Lago (che ha scritto quest’anno “Eroi di carta”) oggi sul manifesto che si conclude così: “Questione ben più seria è che sbocco avrà questo movimento, analogamente ad altri che si diffondono in Europa, perfino nella già compassata Inghilterra. Ma il primo passo per discuterne è prenderlo sul serio, rinunciare ai luoghi comuni rassicuranti…

E allora, la vogliamo fare un’analisi seria? Chi c’era in piazza del Popolo ha perlopiù condiviso quel che stava succedendo: solo suggestione collettiva della violenza? Marco Belpoliti sulla Stampa dice cose vere:

Se le rivoluzioni coltivavano il sogno dell’assalto al Palazzo d’Inverno, conquista del centro simbolico del potere, la rivolta avviene in modo molecolare con l’intento di condizionare materialmente l’andamento normale delle cose.

Intanto, molti oggi commentano l’articolo di Jon Savage sul Guardian sugli Smiths, ma noi ne abbiamo scritto ieri per primi, gnè gnè: però, tutti lo fanno meglio di noi e due ottime letture sono Simona Siri e Matteo Bordone (bellissimo articolo, peccato per la chiusa, anche se non è paternalistica, va detto).

Alla fine, una delle cose più belle che abbia letto su tutta questa faccenda, ai margini delle assemblee e di tutto il resto è qui sul Post: il racconto di un ragazzo qualunque, che ha partecipato all’Onda e se n’è andato schifato dai collettivi, che a Roma c’era e si è trovato ad essere d’accordo su quel che vedeva -quasi suo malgrado. Inizia così:

Io a Roma c’ero.
Quello che voglio qui raccontare non è tanto l’esperienza di quelle ore: chi c’era, chi è stato, chi ha cominciato per primo, poliziotti infiltrati sì, poliziotti infiltrati no.
Io voglio spiegare perché istintivamente guardavo quelle macchine bruciare e la mia testa diceva è sbagliato ma non potevo fare a meno di essere contento.

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4 commenti

  1. […] Anche i redattori di Mumble, che hanno una rivista e un sito molto migliori del nostro (noi possiamo solo rispondere mettendo gif sceme e pesanti come sfondo del blog) riflettono sullo stato presente di cose a partire dalla partecipatissima manifestazione di martedì 14: rappresentanza, condizione giovanile, violenze, (contro)riforma dell’Università, un po’ come s’era cercato di fare noi qui. […]


  2. Vi ricordate della riunione di Idioteca nel giardino di casa mia?
    Era giugno – o giù di lì – e tra le varie chiacchiere vi avevo parlato del video che avevano trasmesso ad Annozero sulla Grecia: la situazione degenerata nel primo paese europeo preso di mira (strozzato) dal FMI.
    Beh adesso m’è tornato alla mente questo video, dopo aver parlato tanto in questi giorni di Roma, dopo aver ascoltato e letto tanta roba, compreso l’articolo segnalato da Dawit di tale Enrico Rama, studente: “Condivido ma non capisco”.

    Ecco il video di cui vi parlavo:

    In questo video non c’è solo la profezia del “toccherà pure all’Italia” (min. 3.50) – chè, si sa, dopo la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna, toccherà a noi il collasso economico.
    In questo video – ed è la cosa che più mi aveva sconvolto – c’è una brevissima testimonianza di un italiano ad Atene, che vorrei guardaste (min. 5.25).
    Vedendolo ho pensato che se “toccherà pure all’Italia”, allora toccherà pure a me iniziare a modificare la mia maniera di pensare.
    Grazie all’ alterato stato di democrazia in questo Paese, tale processo ha subito un accelerata. E adesso Saviano mi sembra a tratti fuori luogo.


  3. Esatto.
    Bisognerebbe però lasciare da parte utopie o soli dell’avvenire, sono termini che avevano un senso e che ora sono diventati un po’ inflazionati dall’uso. Sono come La Felicità, quella a cui ci si rifà continuamente e che sa tanto di Mulino Bianco o Valle degli Orti, un qualcosa che ti sembra di toccare con mano continuamente, ma che non si raggiunge mai. Andiamo sul concreto e parliamoci chiaro, è dalla notte dei tempi che si è sempre lottato per Il Pane che non rappresentava solo materialmente il desiderio biologico di una giusta sussistenza, ma era l’emblema di una lotta più grande, quella per la propria dignità.
    Credo che la bellezza di queste reazioni spontanee si basi proprio su questo, l’essere spontanee; che ci sia una matrice politica predominante tra i manifestanti significa poco, ognuno sta lottando con in mente la propria storia che è la comune storia di una generazione.
    Qua si parla di diritto allo studio, cittadinanza, riscatto cose che fanno rima con ciò che dicevo prima:Dignità. Dunque secondo me tra Dignità, con le sue varie ramificazioni di lotta, e Pane non c’è nessuna differenza.
    Comunque non disdegno a priori qualcuno dal Palazzo (opposizione un po’ illuminata) o con un piede fuori ed uno dentro (Vendola) che spinga ad analizzare le ragioni di queste mobilitazioni, senza toni paternalistici ovviamente.


  4. Condivido quanto scritto da Dawit e condivido gran parte dei testi linkati, per cui non mi produrrò in una già sentita bastonatura della stucchevole uscita di Saviano, limitandomi ad inoltrarvi un contributo secondario ma spero funzionale al dibattito.

    Innanzitutto una notazione “tecnica” fin troppo ovvia. Come osservava qualche compagno all’assemblea di Lettere a Bologna, dalla dicotomia violenza-non violenza si può estrapolare anche una sorta di tertium non datur come le iniziative di resistenza passiva (incatenamenti, ecc). Non è una soluzione nuova ma in questa fase di espressione sociale della rabbia può costituire una risorsa in più.

    L’altra breve “suggestione” riguarda il rapporto del movimento – la cui trasversalità e variegata composizione rende impensabile l’utilizzo di un’etichetta definita – con le forze politiche di questo Paese, parlamentari o meno. È evidente che l’intera classe politica è bersaglio di una critica spietata da parte di una generazione il cui futuro è stato gradualmente corroso. L’ottusità dialettica di un governo che non ammette il dissenso, la corruzione delle istituzioni repubblicane perpetrata alla luce del sole, la debolezza di un’opposizione chiaramente sfibrata dal consenso berlusconista, il populismo da eterna campagna elettorale, sono tutti elementi che determinano sconforto e rabbia nei cosiddetti “esclusi”, quelle forze minoritarie che forse tanto in minoranza non sono. Quindi la nostra critica è diretta a tutti, da Fini a Vendola, e non potrebbe essere diversamente, perché è rivolta a tutti coloro che in questo sistema sguazzano e fanno profitto o, nel migliore dei casi, tentano di modificarlo partendo da premesse già compromissorie. Sarebbe però fuorviante e profondamente falso credere che le nostre espressioni di rabbia siano animate da una vitalità esclusivamente distruttiva e che possano contribuire ad un sentimento qualunquista, tesi che qualche osservatore distratto o deviato ha provato ad avanzare. Tutto il contrario. Se l’intero asse partitico è sotto attacco il motivo è da ricercare proprio nel qualunquismo ad esso proprio che noi vogliamo abbattere, alimentato dalla teledipendenza della politica, che genera una sorta di livellamento stereotipato degli approcci, sempre più spesso patologicamente distanti dalla realtà delle cose. È tutto il sistema da rifondare, perché non ne possiamo più di avere come alternativa solo il “meno peggio” e mai il “meglio”. Se questa rabbia sociale non è interessata a farsi rappresentare da un partito è proprio perché possiede nuovi contenuti, mentre gli attuali rappresentanti, da destra a sinistra, ne sono sprovvisti. Ciò non significa che non rimanga accettabile un criterio di preferibilità in corner, ma che la priorità del movimento – se di movimento siamo legittimati a parlare – non è la mera caduta dell’attuale esecutivo, ma la ridefinizione del sistema tutto. Affinché tutti – dai migranti ai cassintegrati, dagli studenti ai protagonisti delle proteste partenopee e aquilane – possano partecipare come individui alla riformulazione di un concetto di convivenza solidale e giusto. Una ridefinizione multanime che di certo non è ancora chiaramente sintetizzabile. Se personalmente rimango convinto di una necessità di attualizzazione del comunismo, insieme ad una pratica quotidiana dello stesso, sono ben conscio dell’esistenza di tensioni diverse ed opposte interne al movimento. La sintesi delle anime appare quindi come una delle possibili strade per cominciare a chiarire davvero cosa si vorrebbe costruire, in un auspicato ma ancora utopico crollo del sistema che stiamo subendo.



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