Posts Tagged ‘Marchionne’

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I ricatti dei nuovi padroni e il no della Fiom

12 gennaio 2011

Nel crollo generale a cui assistiamo in Italia, dalla lenta agonia dell’esecutivo alle rovine di Pompei, ci sono progetti ed intenti più immondi di altri. Ad aggiudicarsi il primato della sconcezza è il modello industriale che l’ad di Fiat, Sergio Marchionne, spalleggiato da Cisl, Uil e governo, sta cercando di imporre ai metalmeccanici della storica casa torinese.

A Pomigliano e Mirafiori si gioca la più grande lotta sindacale del dopoguerra, con i vertici Fiat che – ben lungi dall’investire in innovazione e qualità – vogliono riportare in auge le corporazioni ed il sistema ottocentesco: nessuna pausa durante il lavoro e fra i turni, nessuno diritto di sciopero nei giorni comandati, rischio di non vedersi riconosciuta la malattia se lo stabilimento è in un picco di assenteismo, nessuna rappresentanza sindacale democratica e via libera solo alle sigle riconosciute dall’azienda (che “nomineranno” i delegati senza bisogno di indire elezioni), competizione selvaggia fra gli stabilimenti, contrattazione non per categorie ma per ogni singola individualità, con il lavoratore che dovrà vedersela da solo contro i padroni.

Questo modello, applaudito anche da alcuni esponenti delle forze cosiddette riformiste, rischia di diventare comune all’intero panorama industriale italiano. E ciò è immondo, così come i referendum illegittimi promossi da Fiat nei propri stabilimenti, con un quesito-ricatto che suona più o meno così: “caro lavoratore, preferisci perdere il tuo potere di contrattazione e i tuoi diritti, compreso quello alla salute sui luoghi di lavoro, o preferisci perdere direttamente il lavoro?” Di fronte a questa immondizia dobbiamo uscire dal torpore e dire no.

Per questo la Fiom sfilerà a Bologna il 27 gennaio e sciopererà in tutt’Italia il 28. Sostenere oggi la Fiom, unico sindacato che ha scelto di lottare, è un’opzione che realmente può mettere in difficoltà l’avanzare del lordume di cui sono portatori i nuovi campioni della prepotenza, decisi a riconquistare, sulle pelle dei lavoratori e delle loro famiglie, il terreno perduto negli anni ’60-’70.

Grazie Dawit.

Mirko

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Il buonsenso, la logica, i fatti, le opinioni, le raccomandazioni.

11 gennaio 2011

E insomma, niente, si parla dell’accordo sindacale per lo stabilimento di Mirafiori firmato dalla FIAT (o meglio, dalla newco Fiat in joint-venture con Chrysler) con le controparti sindacali Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl, Cisnal e un mai sentito prima “sindacato dei quadri” e invece rifiutato dalla Fiom-Cgil.

E tutti a dire che alla fine è un buon accordo. O è un accordo terribile. Che porta modernizzazione. No, che sottrae i diritti acquisiti e costituzionali. Che “se vince il no, la Fiat se ne va“. Che allora bisogna per forza votare sì. Che no, “è il nuovo fascismo, sciopero generale”. Che “guai se vince il no, io in fondo cosa faccio il ministro a fare” (forse questo). Che bisogna votare no e poi firmare lo stesso (WTF?), dice la Camusso. Che (Fassino) “se fossi un lavoratore della Fiat voterei sì all’accordo”, oppure (Tricarico) che “gli operai della Fiat non faranno una scelta politica, ma di vita, la loro cambiare la propria organizzazione famigliare, il proprio tempo, non è una decisione a cuor leggero e per questo ben comprendo chi dirà no. E fossi al loro posto potrei dirlo anche io”. O anche, meglio, che “Se io fossi un operaio di Mirafiori, con la mia età e dei figli da mantenere, voterei sì sputando sulla scheda subito dopo. Se io fossi un operaio di Mirafiori, avessi vent’anni e non avessi famiglia, voterei no e andrei a prendermi una sbronza subito dopo.”

Qualche squarcio del mondo sindacale direttamente interessato all’accordo (o almeno di una parte di esso) è nei servizi della puntata de L’Infedele su La7 di ieri sera.

Insomma, l’impressione generale che se ne ricava sembra essere quella di grande confusione, di un quadro bloccato su posizioni incancrenite da decenni, di parti in commedia, della FIOM troppo rigida, da sempre, e di Marchionne che innova e però così esagera perché fa il solito vecchio padrone, della politica che non c’è etc.

Stringendo: che al di là del merito, la questione stia soprattutto nell’esasperazione del clima politico e sindacale; che altri accordi come questo sono stati fatti e altri se ne faranno; sì, è un brutto accordo sul piano di alcuni diritti, ma cosa vuoi, con la globalizzazione e la crisi non ci si può neanche troppo lamentare e indipendentemente dal testo firmato, ogni sindacato tira acqua al suo mulino.

Proposta: leggetevelo sul serio, quell’accordo, è qui. Poi ne riparliamo.

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Letto? Bravi. A me sembra ancora peggio di quando sulla questione ne sapevo meno, e mi pare che la Fiom abbia molte, moltissime ragioni.

P.S. A mo’ di postilla: citiamo da qui

Questa mattina c’è preso un colpo collegandoci alla home page di repubblica, perchè abbiamo pensato: ecco ancora una volta nelle fasi più calde del conflitto riappaiono i vecchi fantasmi a fare danni. Così, con qualche attimo di paranoia, abbiamo cliccato sulla notizia “Stella Br contro Marchionne”. Poi abbiamo visto le foto, abbiamo cercato le BR ma non le abbiamo trovate, nè nelle foto nè nelle scritte. [….] La stella rossa a cinque punte è in generale un simbolo del comunismo o del socialismo che rappresenta allo stesso tempo le cinque dita della mano del lavoratore e i cinque continenti, il che si mette in relazione con l’internazionalismo della parola d’ordine marxista: Proletari di tutti i paesi, unitevi!

Troppo difficile da capire per alcuni giornalisti? Va bene, disegnino:

Vediamo che succederà alla prossima.

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Illusionismi.

11 gennaio 2011

A me comprare un quotidiano, in generale, piace. Mi sono chiesto per molto tempo come facessero quelli che, nell‘emeroteca di Sala Borsa, si mettono a leggere molti giornali anche di orientamenti politici diversissimi, prima di darmi una risposta: il segreto è che sono (prevalentemente) anziani e hanno più tempo da spendere per formarsi un’opinione sui fatti che accadono: è lo stesso motivo per cui io, per esempio, cerco sempre di ascoltare “Stampa e Regime“, la rassegna stampa mattutina di Radio Radicale (curata da Massimo Bordin).

Io che sono giovine e quel tempo ancora non l’ho -e poi lo ammetto, l’idea di maneggiare Libero o La Padania mi fa anche un certo ribrezzo- compro un solo giornale, che è il manifesto. Se però trovo in giro qualche cos’altro, non mi dispiace di certo: qualche pagina di Repubblica o dell’Unità si legge sempre volentieri. Negli ultimi tempi, invece, non riesco ad avere lo stesso atteggiamento nei confronti del Corriere della Sera. Lo dico perché sono giunto alla conclusione che dover leggere gli editoriali di Panebianco, Ostellino o Galli della Loggia non sia ancora da preferirsi a una ferita da arma da fuoco ad un piede, ma siamo quasi lì.

Tutto questo per dire che, non leggendo il Corriere, mi ero perso questo lungo articolo di Mario-Monti-contro-tutti e che ho recuperato solo grazie a questo blog che, simpaticamente, ne offre anche una traduzione spiccia e comprensibile.

Noi invece abbiamo fatto di più: siamo miracolosamente riusciti ad entrare in possesso della prima versione della parte incriminata e che riportiamo dopo la versione emendata e poi uscita sul quotidiano di via Solferino. Questa recita così (grassetti nostri):

Esistono in Italia due illusionismi. Essi sono riconducibili, sia detto senza alcuna ironia, alla dottrina di Karl Marx e alla personalità di Silvio Berlusconi.
Marx ha alimentato a lungo un sogno sul futuro: la classe operaia un giorno avrebbe vinto il capitalismo e avrebbe governato come classe egemone in un sistema più equo. Fallito quel sogno, in quasi tutti i Paesi le rappresentanze della classe operaia e delle nuove fasce deboli hanno modificato le loro azioni e rivendicazioni, ispirandole all’esigenza di tutelare al meglio e pragmaticamente tali interessi nel contesto di economie di mercato che devono affermarsi nella competizione internazionale. Solo così possono creare lo spazio per dosi maggiori di socialità (adeguati servizi sociali, sistema fiscale redistributivo, ecc.) che, per essere effettivamente conquistate, richiederanno appunto quelle azioni e rivendicazioni.
In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività.
Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.

Questo per la parte che ci interessa. La prima stesura recitava invece così:

Che roba contessa, all’industria di Aldo

han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti;

volevano avere i salari aumentati,

gridavano, pensi!, di esser sfruttati.

E quando è arrivata la polizia

quei pazzi straccioni han gridato più forte,

di sangue han sporcato il cortile e le porte,

chissà quanto tempo ci vorrà per pulire…”.

Come continuava lo ricordate tutti, spero.

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Se dieci ore vi sembran poche.

31 dicembre 2010

Chi dice che voterebbe sì dovrebbe provare a vedere il mondo dal punto di vista di chi lavora alla catena di montaggio, a cui si riducono le pause, si sposta o si toglie la mensa,si impone di lavorare su turni di dieci ore più una di straordinario, gli si toglie il diritto allo sciopero e alla malattia, per portare a casa, se gli va molto bene e non è in cassa integrazione, 1300 euro al mese.

Maurizio Landini in conferenza stampa dopo il Comitato Centrale della FIOM il 29/12/2010, tratta da qui.

Vignetta di Altan in proposito, che traiamo dal blog Pazzo per Repubblica (i diritti dell’immagine appartengono ad Altan e al gruppo l’Espresso):

Altan

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C’è chi dice no

19 settembre 2010

Marchionne è riuscito a fare, in appena due anni, ciò che l’attuale presidente del consiglio non è riuscito a fare in quindici: eliminare la Cgil dal tavolo delle trattative. La parola d’ordine di questa operazione (quasi) riuscita è “sgretolare la base” del primo sindacato italiano. Infatti gli anni di scontro frontale fra il “quadrato rosso” e le istituzioni conservative del governo, hanno visto quasi sempre vincente il primo, mentre le seconde si leccavano le ferite inferte dai milioni di lavoratori scesi in piazza – ad esempio – il 23 marzo 2002. Un cambio di strategia era d’obbligo. Ecco quindi la formula Marchionne, appoggiata ovviamente da governo e Confindustria (sotto ricatto: la Fiat ha minacciato di uscirne se Federmeccanica non avesse recesso il contratto del 2008) e sostenuta meno ovviamente anche da Cisl e Uil, che da anni attendevano l’occasione per spingere la Cgil nel baratro. Un’alleanza forte, difficile da contrastare, soprattutto se il maggior partito d’opposizione è diventato il minor motivo di cruccio per la maggioranza: la debolezza del centrosinistra e spesso la collusione del Pd con la “cricca” hanno anestetizzato gran parte della reattività anche della Cgil, che si è a sua volta ammalata di quel vizio assurdo della sinistra italiana cioè la lotta interna, la parcellizzazione mozionaria fino alla frammentazione dell’atomo. Condizioni che, insieme alla crisi economica, hanno rappresentato la palla al balzo per Marchionne per cancellare la Cgil e quindi il ruolo del Contratto nazionale di lavoro.

Questi gli obiettivi coi quali l’ad di Fiat ha presentato il referendum a Pomigliano d’Arco, chiedendo ai lavoratori se approvassero un investimento di 700 milioni di euro nello stabilimento campano. Ma il risultato che ne è uscito è stato forse il peggiore immaginabile per Marchionne: il 62% di sì dimostra che la maggioranza dei lavoratori vuole l’investimento e vuole che la Fiat resti a Pomigliano; ma il 38% di no evidenzia che una larga parte dei dipendenti ha compreso la vera domanda nascosta dietro il posticcio quesito referendario, ovvero: “Caro operaio, preferisci continuare a lavorare perdendo tutti i tuoi diritti o rimanere per strada senza sapere come sfamare i tuoi figli?”. Questo 38% è rimasto lucido ed ora rimarrà in Fiat con un’ostile consapevolezza rispetto alle mire dell’azienda: fatto poco bello per Fiat. Marchionne ha cercato il plebiscito ma è tornato a casa con la coda fra le gambe. Ora l’asse Fiat-Marcegaglia-Cisl&Uil dovrà prendere tempo. Il plebiscito avrebbe consentito una spalmatura immediata del modello Pomigliano su scala nazionale, mentre oggi si dovrà procedere più lentamente. Forse per Marchionne non sarà un dramma ma lui è abituato a farle bene e in fretta le cose ed oggi i suoi obbiettivi sono da raggiungere obbligatoriamente in fretta, se no rischiano addirittura di saltare. Non tutte le epoche sono disposte ad accettare il dogma secondo il quale “i diritti sono una variabile dipendente dal mercato”; Marchionne questo lo sa e vuole accelerare il suo disegno, che relega il sindacato a semplice strumento per ammortizzare la conflittualità all’interno della fabbrica del futuro. “Basta con il sindacato rivendicativo e sociale – afferma Marchionne – Anch’esso deve lavorare, al fianco della proprietà, per la competitività dell’azienda”. Nella pratica, l’idea del dirigente chietino è realizzare delle neo-corporazioni che si facciano concorrenza reciproca. In questo modo l’operaio dovrebbe sottostare ai sacrifici imposti dal mercato, rinunciando a diritti e retribuzione nel nome della “causa comune” della competizione. I sindacati intanto dovranno cambiare identità, lasciando cadere il principio della solidarietà fra i lavoratori e svolgendo solo semplici funzioni di caporalato interno: praticamente i delegati potranno stare comodi ad aspettare le direttive dei vertici aziendali e garantire il rispetto dell’accordo che, partendo da Pomigliano, potrebbe estendersi all’intero Paese. Molto semplici i punti dell’accordo firmato da Cisl e Uil: basta con le pause, le otto ore si fanno filate; basta con le 11 ore di sosta per l’operaio fra un turno e l’altro, riduciamole; no per tutti al riconoscimento dei primi 3 giorni di malattia, se il periodo registra un picco di assenteismo nello stabilimento; no allo sciopero nei giorni comandati; incremento del ritmo di produzione e soprattutto la clausola che stabilisce provvedimenti disciplinari e licenziamenti facili in caso di mancato rispetto dell’accordo. In pratica Marchionne sta tentando di riscrivere le regole del lavoro dipendente, riportandole a tempi pre-sindacali. In questo senso è curioso sentire come l’ad di Fiat bolli di “passatismo nostalgico” le posizioni mantenute dalla Fiom, quando l’unico nostalgico sembra essere lui, nostalgico del lavoro di stampo ottocentesco. Se il modello Pomigliano dovesse estendersi, gli operai potrebbero ritrovarsi da soli di fronte ai vertici dell’azienda, senza la mediazione del sindacato; pertanto ogni dipendente avrebbe in mano un potere di contrattazione ridicolo e la fissazione di eventuali diritti diventerebbe una scelta autonoma della proprietà aziendale.

Però a Pomigliano qualcuno ha detto no (e la Fiom non ha il 38% degli iscritti a Pomigliano). Ha detto no chi non ha sopportato l’idea di entrare in competizione con i colleghi degli altri stabilimenti; ha detto no chi si è rifiutato di appoggiare una guerra fra poveri che combattono per un pugno di noccioline; ha detto no chi intende creare un ponte di solidarietà non solo con i lavoratori italiani, ma anche con quelli polacchi, serbi, cinesi, con i lavoratori di tutto il mondo; chi crede che l’uguaglianza globale non corrisponda alla perdita di diritti per gli operai occidentali, ma alla conquista di diritti da parte di tutti gli altri. Da questo 38% non può non nascere una speranza. Ma bisogna agire, subito e senza divisioni. Le cause dei metalmeccanici possono diventare davvero le cause degli studenti, degli operatori culturali, dei braccianti sottopagati, dei migranti schiavizzati, le cause di ogni cittadino stremato dall’essere complice di un meccanismo che asservisce e toglie diritti al lavoro. Agire e subito. A livello contrattuale, pretendendo in ogni sede la riconferma del contratto 2008; a livello legale, verificando se il recesso di Federmeccanica è nei crismi della legalità (anche un minimo conoscitore della storia dei diritti e del lavoro sa che il termine “recesso” non è mai stato storicamente contemplato in questo genere di trattative); a livello di mobilitazione, rispondendo uniti all’appuntamento a Roma del 16 ottobre, in cui si griderà a gran voce che i diritti conquistati non siamo disposti a lasciarli per strada. Bisogna prepararsi bene, perché possiamo contare solo sulle nostre forze, non su quelle di una Cgil da riqualificare né tanto meno su quelle di un centrosinistra ambiguo e diroccato o che, peggio, sottilmente avvalla le posizioni del governo perché del governo è diventato dipendente. E dovremo fare attenzione, dovranno fare attenzione soprattutto gli operai, perché il pericolo non è tanto in un imprenditore, Marchionne o chi per lui, che dal suo punto di vista sta lavorando egregiamente, ma piuttosto da quei signori rassicuranti che invece di fare il proprio mestiere, cioè difendere i lavoratori, si piegano alle più becere logiche del profitto aziendale, evidentemente per una convenienza economica o per una convenienza di prospettiva: diventare sindacalisti-caporali, senza obblighi di contrattazione e senza la Cgil a mettersi di traverso. Questi signori sono molto più condannabili di Marchionne ed è comprensibile (ma non giustificabile) la rabbia con la quale sono zittiti nelle occasioni pubbliche. Ricordiamoci però che non sarà la violenza la strada per non perdere i diritti; ricordiamoci che così gli si permette di sfoderare il vittimismo, mentre è con il confronto democratico che vanno atterrati questi signori. La violenza è un errore nel merito e nel metodo, invece il confronto apre le porte della consapevolezza collettiva. Non è un caso infatti che in molte fabbriche la Fim stia disertando le assemblee nelle quali sono presenti anche i rappresentati della Fiom. È con questa presa di coscienza che dobbiamo mobilitarci.

Se il modello di Marchionne dovesse davvero vincere, anche le più pessimistiche previsioni sul destino dei lavoratori dipendenti potrebbero essere superate in peggio. I proletari di tutto il mondo non si sono mai uniti, gli industriali invece sì e adesso preparano l’offensiva più grande, quella che solo in un periodo di crisi si può attuare, con un governo reazionario disposto a confondere il paese ed un’Europa non ancora immune dal virus della xenofobia. Tre o quattro anni fa questo scenario non sarebbe mai stato ipotizzabile, ma la storia si è velocizzata, segue il ritmo dell’innovazione tecnologica ed il risultato tutto italiano è che in soli due anni sono state rifondate le basi del lavoro e sono mutate del tutto le regole di mercato. Cambiare questo sistema che avanza è difficilissimo, ma forse è una causa per quale vale la pena combattere.

(Mirko Roglia)

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