Posts Tagged ‘arte’

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Cinque storie bellissime

24 febbraio 2011

Catherine Pozzi, poetessa (1882-1934) "L'orrore della mia vita è la solitudine. Giacché io sono un'inferma. Non posso raggiungere gli altri, mai. Di qui, queste intossicazioni per un sentimento, e questi eccessi di materia spirituale."

Chi di voi conosce L’Enciclopedia delle donne? Il nome parla per sé: essa è un progetto collettivo di donne e uomini che

da sempre si propone di radunare, illuminare, costruire e divulgare. Che cosa?

Intanto la conoscenza, nomi e cognomi. Ogni nome e cognome fa una storia, e ogni storia singola va in un paesaggio pieno di storie, e tutto diventa la Storia. Ma senza la storia delle donne – di tutte le donne – non si fa una bella Storia: si fanno degli schemi, delle approssimazioni, dei riassunti che non somigliano più a niente. E che fan danno.

L’altra cosa che si divulga da sé facendo un’Enciclopedia delle donne è l’idea della libertà: la conoscenza delle donne in carne e ossa del passato e del presente, al pari dell’esperienza, sgretola le grate di quei pochi, limitati modelli a cui la loro vita (destino, vocazione, intelligenza, desiderio) viene ancora ricondotta.

"L'eccezione conferma la regola e al tempo stesso la invalida... Sono ossessionata dall'eccezione."

Ma questo non vuole essere un post sull’Enciclopedia: vuole essere uno spunto per prendere, da lì, cinque storie cinque: 5 biografie femminili tutte diverse (ma forse non così tanto) e distanti tra loro (ma forse non così tanto). Sono le storie di partigiane, resistenti, scrittrici, artiste, poetesse, aticonformiste:

Joyce Salvadori Lussu

Marcela ed Elisa

Claude Cahun (nata Lucy Renée Mathilde Schwob)

Ondina Peteani

Catherine Pozzi

Leggetele.

 

[Ulteriore nota: le curatrici del progetto dell’Enciclopedia sono Rossana Di Fazio e Margherita Marcheselli: ma gli autori e le autrici sono veramente tanti. I contenuti dell’Enciclopedia sono disponibili sotto una licenza Creative Commons 2.5 e a tutto questo si accompagna pure un blog, Lo specchio delle dame.]

Claude Cahun, "I.O.U.", 1929-30

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Robo-rainbow.

6 febbraio 2011

E poi mi dite che non bisogna amare Vimeo. Lì c’è la roba bella, Youtube serve solo per spezzoni di film, serie animate o registrazioni di concerti live. Basta confrontare i video proposti nelle home pages.

E buona serata anche a voi. P.S. Redazione, ne costruiamo uno anche noi?

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Banksy, un artista dai muri ai musei (passando per i Simpsons)

15 ottobre 2010

Parlando con un’amica, càpito a dirle: “Hai visto l’intro dei Simpson fatta da Banksy?” Lei: “Sì, ho capito quale, ma non so chi sia, lui”.

Ecco, in considerazione del fatto che là fuori possano esserci altre persone nella stessa miserevole condizione, compiliamo un post informativo.

Banksy (qui la voce wiki) è il nome d’arte di uno dei più noti artisti di strada (ma non solo) in Europa e nel mondo: di lui si conosce pochissimo, dato che ha sempre lavorato nel più totale anonimato, fattore, questo, che ha alimentato la sua notorietà nonché il suo alone di mistero (un po’ come per Blu).

Parrebbe essere nato nel 1973 (o ’74, o ’75), a Bristol, cittadina che lo ha comunque visto crescere e mettere in campo le sue prime esperienze artistiche con i collettivi graffitari della città britannica (tra cui si annoverano autentiche leggende) segnalandosi per le sue creazioni surreali.

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Si diverte a spiazzare, a mettere sotto gli occhi di tutti graffiti che hanno come tema la guerra, l’alienazione, lo sfruttamento.

La tecnica utilizzata è soprattutto quella dello stencil, utilizzata per creare effetti di trompe l’oeil, oppure di messa in discussione di un certo tipo di arte istituzionalizzata. In passato è riuscito anche ad appendere, senza venire notato, alcune sue opere in alcuni musei europei e a praticare altre simili forme di guerrilla art.

In un libro-catalogo di una mostra del 2002, Bansky dice

Alcune persone diventano dei poliziotti perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore. Alcune diventano vandali perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore da vedere.

Diciamocelo: magari con gli   anni è diventato un po’ più     paraculo, ma le sue opere       continuano molto spesso a     dimostrare inventiva e             spirito d’immaginazione.

Man mano che la sua fama       cresceva, alcune sue opere     sono diventate una sorta di   patrimonio culturale delle     città sui cui muri sono realizzate, altre sono arrivate a quotazioni di tutto rispetto, ma Banksy non ha dimenticato l’aspetto ‘sociale’ che ha sempre rivendicato: per dire, è stato tra gli artisti che ha situazionisticamente dipinto il muro Israele-Palestina con cose di questo tenore, per dire.

Come dire, mica bruscolini. In altre parole, possiamo dire che Banksy si/ci pone nelle sue opere il problema del superamento dello ‘stato di cose presenti’ (do you remember?), che esso riguardi la guerra, la condizione dell’arte, i maltrattamenti sugli animali o lo strapotere  dell’establishment; prima di tutto c’è il bisogno di pulire il proprio sguardo, farlo uscire dagli spazi urbani squallidi in cui è costretto.

L’immaginario pop non è nemico di questo processo, viene anzi saccheggiato a piene mani da Banksy, il quale a tal proposito la pensa così:

Noi non possiamo fare niente per cambiare il mondo finché il capitalismo non crollerà. Nel frattempo, dovremmo tutti andare a fare shopping per consolarci.

Tra l’altro, quest’anno è uscito -dopo essere stato presentato al Sundance festival- il film mockumentary girato da Bansky, Exit through the gift shop, a sua volta narrante storie di graffiti e graffitari. Eccone il trailer:

Non sappiamo se verrà mai distribuito in Italia, però non vogliamo con questo incitarvi a scaricarlo gratuitamente dal web, lungi da noi.

Insomma, Banksy è diventato un fenomeno (ha un’agenzia tutta sua che gestisce la vendita delle sue opere), ha avuto mostre personali importanti come quella dell’anno scorso a Bristol, tant’è che si parla di ‘Banksy effect’ per definire una rinata attenzione della critica per l’arte di strada. Piaccia o non piaccia, qui c’è un’ultima infornata di roba, con la gallery.

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Speriamo che adesso abbiate qualche strumento in più per capire cosa c’è dietro alla sigla dei Simpson con cui abbiamo aperto il post.

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