Archive for ottobre 2010

h1

Domani sera presentazione nuova Idioteca allo Zammù!!

27 ottobre 2010

Annunci
h1

El niño de las pinturas

23 ottobre 2010

Intanto: dal post su Banksy ho scoperto la parola MOCKUMENTARY – e mi sembra un bel risultato.

A Granada c’è il niño de las pinturas. Lui vive in questa casa, non lontano da dove ha vissuto 2 anni fa una mia vecchia amica, ai confini dell’ex quartiere ebraico del Reaejo.

Beh, “GRAFFITI IT’S A FUN CRIME” non è un’affermazione corretta. Pare infatti che l’ alcalde della cittadina andalusa abbia avuto l’illuminazione: se l’arte è sempre illegale, possiamo però fare qualcosa con le autorizzazioni!

Il niño può “imbrattare” senza rischio d’incorrere in sanzioni tutti i muri della città che non siano di proprietà privata o d’interesse storico. Però va da sé che i negozianti di calle de los Molinos se lo litighino per avere una sua opera che prenda tutta la serranda e i muri adiacenti, come quelle cartoline che le maestre di educazione artistica ci facevano continuare oltre i bordi.
Anche il caro Bansky rimarrebbe ammaliato dagli scenari murali del niño, su quei pastosi muri bianchi in decadenza, su quei mattoni, a quelle altezze. E tutta quella politica, e tutta quella poesia.

(articolo di Chiara Maccioni -brava)

h1

Qualcosa in serbo

15 ottobre 2010

Dunque, i fatti di questi giorni seguiti alla partita (poi sospesa) Italia-Serbia a Genova sono noti.

Considerazioni ovvie: la questione è semplice; negli stadi, prima di far entrare, non si controlla tutti come si dovrebbe -tutte le domeniche in serie A, figurarsi se gioca la Nazionale. è una sorta di patto non scritto per cui alle società e alla polizia non conviene farsi troppo nemiche le tifoserie e la cui controparte consisterebbe (talora) nel non fare troppo casino.

Slavi o non slavi non c’entra, il punto è come facciano certi oggetti a entrare allo stadio. La militarizzazione del calcio e degli stadi è discutibile assai (ne parlammo qui), ma qui c’era in mezzo una scommessa: data la premessa per cui controllare tutti nel dettaglio in Italia non usa (e questo lo sanno anche i serbi), una tifoseria violenta farà più macello a farla entrare o a lasciarla fuori? Ad esempio, voi cos’avreste scelto?

[Vignetta di Makkox a proposito]

Quel che noi si voleva segnalare è la nascita di una spassosa pagina Facebook del capoultrà serbo Ivan Bogdanov. L’intento è ovviamente il LULZ generalizzato, ma questo sembra del tutto sfuggire alla maggioranza dei giornalisti italiani, castigati a dovere dal blog ilNichilista.

Non dimentichiamoci però che dietro a tutto questo macello ci sono serie ragioni politiche, legate a quel casino che sono i Balcani da quando abbiamo deciso che era ok che gli stati fossero monoetnici, monoreligiosi o monolinguistici. A bombardare Belgrado c’eravamo pure noi, e ancora siamo in Kosovo. Ma siccome fin quando non verranno l’anarchia e il comunismo, i nazionalismi hanno ancora qualcosa da dire sui popoli; e siccome non siamo in grado di fare discorsi seri, la buttiamo in musica.

Ecco il frutto più maturo del rap serbo: dalla BvC crew, una canzone intitolata ‘il Kosovo è Serbia’, di cui abbiamo scelto appositamente il video più cruento, aggressivo e violento tra quelli caricati sul Tubo. Tanto per capire quanta roba c’è dietro se si va a scoperchiare. Una traduzione inglese è qui.

 

Per par condicio e poiché l’intento del post è sociologico, riceviamo e volentieri pubblichiamo quello che è una specie di inno ufficioso dei giovani albanesi (e kosovari). P.S.: ogni tanto nella canzoncina sentirete qualcosa tipo shit: beh, non è “merda” ma è shqip (aquila). Ebbene sì, gli albanesi tra di loro, e solo loro sono autorizzati a farlo, si chiamano aquilotti. Chiedere al dottor Martini Michele, esperto di torture, canniblaismi, morti violente accidentali e non, per eventuali conferme. Parole qui.

 

Si ringrazia Gabriele Zobele per la consulenza tecnico-scientifica.

h1

Banksy, un artista dai muri ai musei (passando per i Simpsons)

15 ottobre 2010

Parlando con un’amica, càpito a dirle: “Hai visto l’intro dei Simpson fatta da Banksy?” Lei: “Sì, ho capito quale, ma non so chi sia, lui”.

Ecco, in considerazione del fatto che là fuori possano esserci altre persone nella stessa miserevole condizione, compiliamo un post informativo.

Banksy (qui la voce wiki) è il nome d’arte di uno dei più noti artisti di strada (ma non solo) in Europa e nel mondo: di lui si conosce pochissimo, dato che ha sempre lavorato nel più totale anonimato, fattore, questo, che ha alimentato la sua notorietà nonché il suo alone di mistero (un po’ come per Blu).

Parrebbe essere nato nel 1973 (o ’74, o ’75), a Bristol, cittadina che lo ha comunque visto crescere e mettere in campo le sue prime esperienze artistiche con i collettivi graffitari della città britannica (tra cui si annoverano autentiche leggende) segnalandosi per le sue creazioni surreali.

A system error has occurred

Si diverte a spiazzare, a mettere sotto gli occhi di tutti graffiti che hanno come tema la guerra, l’alienazione, lo sfruttamento.

La tecnica utilizzata è soprattutto quella dello stencil, utilizzata per creare effetti di trompe l’oeil, oppure di messa in discussione di un certo tipo di arte istituzionalizzata. In passato è riuscito anche ad appendere, senza venire notato, alcune sue opere in alcuni musei europei e a praticare altre simili forme di guerrilla art.

In un libro-catalogo di una mostra del 2002, Bansky dice

Alcune persone diventano dei poliziotti perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore. Alcune diventano vandali perché vogliono far diventare il mondo un posto migliore da vedere.

Diciamocelo: magari con gli   anni è diventato un po’ più     paraculo, ma le sue opere       continuano molto spesso a     dimostrare inventiva e             spirito d’immaginazione.

Man mano che la sua fama       cresceva, alcune sue opere     sono diventate una sorta di   patrimonio culturale delle     città sui cui muri sono realizzate, altre sono arrivate a quotazioni di tutto rispetto, ma Banksy non ha dimenticato l’aspetto ‘sociale’ che ha sempre rivendicato: per dire, è stato tra gli artisti che ha situazionisticamente dipinto il muro Israele-Palestina con cose di questo tenore, per dire.

Come dire, mica bruscolini. In altre parole, possiamo dire che Banksy si/ci pone nelle sue opere il problema del superamento dello ‘stato di cose presenti’ (do you remember?), che esso riguardi la guerra, la condizione dell’arte, i maltrattamenti sugli animali o lo strapotere  dell’establishment; prima di tutto c’è il bisogno di pulire il proprio sguardo, farlo uscire dagli spazi urbani squallidi in cui è costretto.

L’immaginario pop non è nemico di questo processo, viene anzi saccheggiato a piene mani da Banksy, il quale a tal proposito la pensa così:

Noi non possiamo fare niente per cambiare il mondo finché il capitalismo non crollerà. Nel frattempo, dovremmo tutti andare a fare shopping per consolarci.

Tra l’altro, quest’anno è uscito -dopo essere stato presentato al Sundance festival- il film mockumentary girato da Bansky, Exit through the gift shop, a sua volta narrante storie di graffiti e graffitari. Eccone il trailer:

Non sappiamo se verrà mai distribuito in Italia, però non vogliamo con questo incitarvi a scaricarlo gratuitamente dal web, lungi da noi.

Insomma, Banksy è diventato un fenomeno (ha un’agenzia tutta sua che gestisce la vendita delle sue opere), ha avuto mostre personali importanti come quella dell’anno scorso a Bristol, tant’è che si parla di ‘Banksy effect’ per definire una rinata attenzione della critica per l’arte di strada. Piaccia o non piaccia, qui c’è un’ultima infornata di roba, con la gallery.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Speriamo che adesso abbiate qualche strumento in più per capire cosa c’è dietro alla sigla dei Simpson con cui abbiamo aperto il post.

h1

Enzo Jannacci, “Quello che canta onliù”

12 ottobre 2010

Da “Ci vuole orecchio“, Milano, Ricordi 1980. “Quando ti dirò che è per fatica di capirti che mi vien da vomitare, qui giù in strada…



 

Quando capirai che non potrò più camminare, neanche in mezzo alla strada
quando capirai che non potrò neanche aggrapparmi a quel balcone che c’è in mezzo alla strada
quando arriverà la sera e penserai che la mattina dopo non potrebbe arrivar mai

e tu eri là che stavi al mare
che bel fresco! onde evitare,
che ti frega di uno che fa fatica a camminare e allora…

Quando mi dirai che è proprio roba da imbecilli vomitare proprio in mezzo alla strada,
e quando ti dirò che è per fatica di capirti che mi vien da vomitare, qui giù in strada,
e quando arriverà la sera e penserai che la mattina dopo non potrebbe più arrivare

e tu eri là che stavi al mare
che bel fresco! onde evitare
che ti frega di uno che fa fatica a vomitare e allora…

Portami in fondo alla piazza,
là dove canta il juke-box,
senti se c’è ancora quello che canta Onliù, Onliuuu…
E portami in fondo alla piazza, fammi cantare con lui.
Accertarsi bene che quello che canta sia proprio Onliù, Onliuuu…

E quando mi dirai che anticamente masturbarsi era peccato veniale
quando capirai che umanamente è l’insalata che mancava di sale
e dopo arriverà la sera e capirai che la mattina dopo non poteva più arrivare
e tu che cazzo sei venuto, sei venuto via dal mare
che bel fresco a riva stare
che ti frega di uno che si voleva rimbambire e allora…

Vai proprio in fondo alla piazza, senti che canta Onliù,
senti se c’è ancora quello che canta Onliù, Onliuuu…

Vai proprio in fondo alla piazza, vai, fatti cantare da lui:
Prima accertarsi bene che quello che canta sia proprio Onliù, Onliuuu…

h1

Bentornato Sfruttamento!

10 ottobre 2010

Giuseppe Agrello, ex operatore precario della Phonemedia, azienda leader dei call-center in Italia, ci racconta la sua esperienza in una delle attività più comuni fra i giovani, ci spiega il motivo di questa diffusione e prova a smontare punto per punto il mito di un lavoro che prima ti sembra straordinario e poi…

di Mirko Roglia

Giuseppe, in cosa consisteva la tua mansione alla Phonemedia?

Bisognava contattare aziende o esercizi commerciali e proporgli un’offerta pubblicitaria che sarebbe stata inserita sull’elenco delle PagineGialle. Praticamente dovevo vendere spazi pubblicitari, anche se spesso più che una vendita era un adescamento.

Perché?

Perché non avevamo uno stipendio, ma venivamo pagati per ogni contratto registrato. Perciò, sotto le pressioni dei cosiddetti “team leader”, sei naturalmente portato a raccontare una favoletta al cliente, che poi si rivelerà fasulla, a circuirlo fino a che non accetterà il contratto, garantendoti quel po’ di guadagno.

Stiamo parlando di truffa?

Più o meno. Le operazioni di Phonemedia sono sempre state condotte sul filo della legalità, senza mai esagerare. Al cliente era proposto uno spazio e se lui lo accettava si effettuava una registrazione vocale in cui, al posto dell’esatta definizione dello spazio, si doveva dire una semplice sigla, che il cliente chiaramente non capiva e che accettava, anche se in realtà corrispondeva ad uno spazio più costoso. Poi, una volta registrato il contratto, il cliente di solito accetta comunque.

E sono in molti ad acconsentire?

Abbastanza. Una delle prime tecniche che ti insegnano è quella di mostrare al cliente l’annuncio pubblicitario di un suo diretto concorrente… è più facile che il cliente accetti.

E chi sono in genere gli operatori?

Soprattutto universitari, che vedono in questa occupazione la possibilità di coltivare anche gli studi, dato che spesso si tratta di un part-time di 4-5 ore. Ma la favoletta svanisce in fretta.

All’inizio com’è?

Le prime volte ti senti propositivo poi è martoriante. I capi ti assegnano un portfolio di clienti che hanno già rifiutato l’offerta per ben due volte, il tuo compito è importunarli per una terza. La chiamano “palestra”…

Quali sono esattamente i problemi per un lavoratore di call-center?

Paga irrisoria, condizioni stressanti, licenziamenti senza giusta causa, pressioni dei dirigenti per raggirare la clientela, atmosfera di competizione fra lavoratori ed una precarietà senza confini.

Detta così sembra che non ci siano lati positivi…

Infatti. Partiamo dalla paga: uno spazio pubblicitario sugli elenchi PagineGialle ha un costo che oscilla, a seconda di posizione e dimensioni, dai 300 fino ai 20mila euro. L’operatore, per ogni contratto piazzato con successo, incassa 24 euro. Fissi! Ciò significa che il reale valore del contratto non è ripartito sulla retribuzione dell’operatore, che rimane sempre la stessa. Per ogni contatto utile invece (chiamata da almeno 30 secondi) l’operatore prende 60 centesimi.

Cosa intendi per ambiente competitivo?

Si cerca sempre di fregare il proprio compagno. Non c’è unità né amicizia fra callcenteristi. Le condizioni contrattuali spesso sono diverse, anche se la maggior parte delle “assunzioni” sono a progetto. Ci sono dei premi individuali che acuiscono un agonismo malsano fra i dipendenti, che possono fidarsi solo di sé stessi. In due anni ho visto transitare più di mille persone, la precarietà fa la ricchezza dei proprietari.

Che giudizio ultimo puoi dare sui call-center?

Non consiglio a nessuno questo lavoro. Ti toglie la vitalità e ti sfrutta. Ho visto delle amicizie di vecchia data definitivamente rovinate dal lavoro comune in un call-center. È l’ultima frontiera dello sfruttamento moderno.

h1

“Dateve ‘na mossa” sto par de *@££&, signora

8 ottobre 2010

Io, per esempio, a questa qui (che in soldoni se la prende con questo -che sono poi 1 e 2) risponderei così. Ma con più insulti, forse.

P.S. Poteva non mangiarci sopra Repubblica.it? Come poteva?

P.P.S. Almeno su una cosa, però, ha tutta la ragione del mondo: “Lasciate le pigrizie catalane di Barcellona […]”. Ecchecca220.

Che ne pensano di tutto il tema i miei 24 lettori? La moderazione si riserva il diritto di aggiungere insulti casuali alla Palombelli nei vostri commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: